Dante, Padre adottivo della Patria

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In questo Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, vale la pena spendere qualche riflessione su colui che è considerato il Padre della nostra lingua e della nostra nazione: Dante Alighieri.

Ma lo era sul serio?

Per quanto riguarda il “volgare”, ossia la lingua italiana, Dante stesso non aveva un progetto univoco. Se si confrontano il De vulgari eloquentia e la Divina Commedia, infatti, si notano due diverse impostazioni; sostanzialmente, il trattato stabilisce criteri più ristretti per la formazione di un idioma “illustre”, mentre il poema adotta criteri molto più ampi e sperimentali, perfino in contraddizione con il De vulgari eloquentia.

Ma la prova più evidente del fatto che Dante NON ha dato origine alla lingua italiana è rappresentata dal fatto che, due secoli dopo, Ludovico Ariosto scrive l’Orlando furioso e lo fa circolare tra le Corti italiane per avere suggerimenti sia a livello contenutistico che linguistico. L’ultima edizione del poema cavalleresco tiene conto di questi suggerimenti, e in particolare si allinea con le regole del “fiorentino illustre” stabilite da Pietro Bembo… a parte il fatto che la popolazione fiorentina non parlava quella lingua, e probabilmente non la parlavano neppure gli intellettuali: era una specie di lingua artificiale, per solo utilizzo scritto. In ogni caso, a quest’epoca il “padre” della nostra lingua era considerato Petrarca, non Dante. E di lì a una generazione le carte in tavola sarebbero di nuovo rimescolate con la pubblicazione della Gerusalemme liberata del Tasso.

Alla fine a imporsi sarebbe stata la lingua elaborata da Manzoni nei Promessi sposi, ma anche in questo caso non si trattava dell’unico modello disponibile: anche Leopardi aveva un “suo” modo di concepire la lingua italiana, in polemica contro l’Accademia della Crusca.

In breve, Dante venne consacrato “padre della lingua italiana” solo dopo l’Unità. L’Alighieri non era mai stato onorato con quel titolo, finora, ma lo diventò a posteriori grazie a una vasta operazione culturale che si sviluppò tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Un’operazione riuscita, tanto che il Sommo Poeta avrebbe influenzato gli intellettuali di ogni area del Paese, di ogni schieramento, sia gli esponenti della cultura ufficiale sia quelli della contro-cultura (vedi Scapigliati). Non a caso, è solo nell’Italia post-unitaria, e non prima, che nasce la Società Dante Alighieri, a opera di Carducci. E il fascino della Divina Commedia si mantiene intatto fino a oggi, con i vari Benigni…

Peggio ancora per quanto riguarda la questione patriottica. Quando si cita Dante in chiave nazionale, ci si aggrappa sempre ai soliti versetti isolati: la rampogna “Ahi serva Italia, di dolore ostello” (Purgatorio 6), o la profezia del Veltro che “di quell’umile Italia fia salute” (Inferno 1). Anche in questo caso, si tratta di propaganda risorgimentale, e successiva, fino al Ventennio.

Se però si guarda all’insieme del messaggio politico dell’Alighieri, emerge come – lungi dall’essere nazionalista – l’ottica del poeta fosse “universale”, che in pratica significa “europea”. Dante accusa costantemente, furiosamente l’Italia di non sottomettersi al potere centrale imperiale. Senza negare le singole autorità nazionali, Dante le vuole però strettamente e rigidamente dipendenti “da Bruxelles” (come diremmo oggi).

Beh, in un periodo di diffuso euroscetticismo come questo, colpisce molto il deciso europeismo di Dante. Chi cerca grandi personaggi italiani da presentare come “padri dell’UE”, di solito pensa a Leonardo da Vinci; ora sarebbe giusto riconoscere il giusto valore anche al Sommo Poeta.

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